Il precario equilibrio tra: la dieta, il panino alla porchetta e un sano desiderio di fuga... tutto questo pedalando per la mia città!
Home »
vecchi tempiTag correlati:
anni 80,
personaggi,
firenze,
bici,
televisione,
anni 90,
weekend,
letture,
beautiful,
cazzeggio,
situazioni,
cose serie,
anni 70,
arte
domenica, 23 dicembre 2007
Prima di tutto ringrazio il simpatico lurker anonimo che, temendo mi fosse sfuggito, mi ha prontamente inviato
questo. Grazie, grazie di cuore. Davvero. Adesso mi sento più buona e mi pento di certi
atteggiamenti intransigenti che ho assunto in passato.
Anzi no, scherzavo. Non mi pento proprio di nulla. Ecco. Tra l'altro sono di nuovo inviperita perché stamani ho trovato delle cacche in terrazza, proprio quando pensavo di aver risolto definitivamente il problema piccioni... ma porca miseria, non volevo parlare di questo. E che cavolo. un po' di tregua.
Siamo a due giorni dal Natale, a questo punto ci può stare solo il post di auguri rituali. Fa molto freddo e se continuerà passerò i prossimi giorni di festa, chiusa in casa a bere litri di tè caldo sotto la trapunta; insomma: niente di nuovo.
Stamani, mentre ero sotto la trapunta, ho passato un'oretta al telefono con un'amica carissima. Tra le tante cose, la mia amica mi ha raccontato che sua figlia comincia a sospettare che la faccenda di Babbo Natale, che visita tutte le case del mondo lasciando i regali ai bambini, non sia esattamente la pura verità. E la mia amica non sa come e se sia il caso di dire alla figlia che in effetti Babbo Natale non esiste.
Allora mi è venuta in mente questa storia di Natale della mia infanza e l'ho raccontata alla mia amica che ha avuto la fortuna di conoscerne la protagonista.
Per farla breve: ho saputo che Babbo Natale non esiste quando ero molto, molto piccola, addirittura prima che cominciassi ad andare a scuola. Fu la zia Bruna a farmi questa rivelazione. Ora c'è da dire che la
zia Bruna era completamente matta e la sua vita scorreva sul baratro della follia che piano piano l'ha risucchiata, con buona pace della famiglia.
Insomma un giorno d'estate, di punto in bianco, la zia Bruna mi prese da parte e mi disse perfida e serissima:
«lo so che ci rimarrai male, ma devi sapere la verità. Babbo Natale non esiste, sono i tu' babbo e la tu' mamma che fanno finta che ci sia, invece unné vero nulla.»
Me lo ricordo ancora bene, perché si stava per partire per il mare ed ero andata a ringraziare la zia per la ciambella gonfiabile che mi aveva regalato. Perciò rimasi traumatizata da quella rivelazione fatta a bruciapelo.
Tornai a casa piangente e chiesi ai miei genitori come stessero davvero le cose e di dirmi la verità sulla faccenda di Babbo Natale. I miei genitori e pure i nonni s'incazzarono moltissimo con la zia Bruna che replicò dicendo che l'aveva fatto per il mio bene, perché certe menzongne potevano solo nuocere ai bambini e alla loro crescita.
In realtà la zia Bruna aveva un piano ben preciso in mente, di cui tutta la famiglia si rese conto solo al Natale successivo quando, sbaragliata la concorrenza di Babbo Natale, la zia Bruna poté finalmente vestirsi da Befana e spopolare con noi bambini come unica vera entità portatrice di doni delle feste.
Nessuno in famiglia ebbe il coraggio di dire a noi bimbi che quella signora vestita di stracci, col naso posticcio e bitorzoluto e col corbello pieno di regali sul groppone, in realtà era la solita zia Bruna nel momento dell'anno in cui aveva scelto di diventare protagonista.
Per questo motivo ho creduto all'esistenza della Befana fino a grandicella...
Beh, Auguri di Buon Natale!
domenica, 09 dicembre 2007
Per un breve e remoto periodo della mia vita sono stata libera profesionista (=precaria con la partita iva). Avevo il mio studio in un fondo in centro, che mi piaceva un monte e che dividevo, per risparmiare sulle spese, con altri professionisti di vario genere: architetti, consulenti, ecc..
Era divertente stare in quell'ambiente, ognuno era preso dalla sua attività che svolgeva con passione e poi, nel giro di dieci metri, c'erano tutte le professionalità di cui si poteva aver bisogno per un consulto al volo - e soprattutto gratuito! - in svariati ambiti professionali.
All'epoca ero fidanzata con un libero professionista, più anziano di me e più scafato di me, che mi aveva dato una mano a organizzarmi l'ufficio e a fare le cose
perbene. Mi ricordo che avevo una poltrona preferita per lavorare, in pelle finta con i braccioli e le rotelle, parecchio vintage, proveniente da qualche mega-ditta degli anni settanta. Mi piaceva un monte e non l'avrei cambiata con nulla al mondo. Pareva fatta apposta per il mio grosso culone. Un giorno al fidanzato caddero gli occhi su quella poltrona e notò che poggiava su una raggiera con quattro bracci su altrettante rotelle.
- La devi cambiare, non è a norma. - Sentenziò serio il fidanzato
- Ma no, io ci sono affezionata, non la voglio cambiare.
- e invece devi cambiarla. Devi prenderne una con cinque rotelle,
sono più sicure e a norma. Se non la cambi,
quando ti faranno un controllo, ti faranno pure un culo così!
Così a malincuore acquistai una sedia girevole a cinque zampe, moderna e senza personalità, che ho regalato, non mi ricordo a chi, alla prima occasione.
Perché mi è venuta in mente questa storia, proprio oggi? Beh, nella mia vita professionale ho subìto controlli sul numero di zampe della mia sedia (il fidanzato aveva ragione e il controllo poi c'è stato, non solo per via della sedia, ovvio), sugli estintori dello studio e su una miriade di altre piccole cose che starebbe al buon senso di ognuno osservare.
Perciò non mi spiego come in una ditta grande, dove il lavoro è dichiaratamente pericoloso, dove in passato ci sono già stati incidenti gravissimi e dove i sindacati dovrebbero essere presenti per stare attenti anche e sopratutto a queste cose, gli estintori possano essere scarichi e non controllati, gli idranti vuoti e chi ci lavora possa morire carbonizzato
così, per la sciatteria delinquenziale di chi sarebbe preposto a garantire la sicurezza di quel luogo di lavoro.
Non capisco proprio e aspetto una risposta esaustiva.
domenica, 16 settembre 2007
Non so se ho capito bene tutta la faccenda perché mentre la mia amica me la raccontava, un po' ridevo e un po' pensavo ai cavoli miei.
Brevemente: nei giorni scorsi, per vedere una partita di calcio della nazionale su uno dei tanti canali satellitari a pagamento è stato necessario acquistare una scheda prepagata che non solo pemetteva di vedere la partita in questione, ma nello stesso prezzo includeva pure un po' della programmazione ordinaria del suddetto canale, rigorosamente porno.
Allora la mia amica mi ha raccontato che è da giorni che ce l'ha con quel
maiale di suo marito, reo di aver esaurito il credito residuo sulla carta prepagata del calcio, guardandosi qualche pornazzo notturno.
Dal canto mio, invece di darle la risposta impregnata di solidarietà femminile che si aspettava da una donna anziana e sinistroide come me, le ho risposto che questo è l'ennesimo segnale di un mondo che sta andando a rotoli.
Al giorno d'oggi, infatti, questi canali satellitari a pagamento
neoproletari
© impongono una visione tutta "plasma piatto e decoder", ma senza
poesia.
Prima, invece, certi
sexi-appuntamenti notturni facevano parte di una ritualità popolare, collettiva e rigorosamente gratuita. Mi viene in mente la tele Capodistria dei tempi d'oro, ma non solo...
«A una certa ora della notte le famiglie si ritirano sconfitte: è l'ora critica, l'ora di proibito, di vietatissimo: di Oroscopone super porno show»: si dia il via alle proiezioni!
lunedì, 25 giugno 2007
Oggi discutevo con un collega di situazioni e sensazioni perdute nel tempo che mai torneranno. Lui mi diceva che avrebbe dato non so cosa per poter passare un pomeriggio come da bambino: a giocare con gli amici e con i pensieri di allora...
E io ho pensato a quanto era bello far forca a scuola, andando via in gruppo col motorino e con l'unica prospettiva d'una mattinata a zonzo per i dintorni della città: colazione al baretto di Ponte a Ema e il resto della mattinata speso a prendere il sole al laghetto di Castel Ruggero dopo Grassina, mangiando una sleppa di schiacciata dell'alimentari lungo la strada. Una meraviglia.
Per quanto mi sforzi di pensare, adesso non ho altre cose analoghe che mi facciano star bene in quel modo lì.
Beh, vado a buttare la pasta.
lunedì, 09 aprile 2007
Ho trascorso la Pasqua in campagna, al solito pranzo familiare a cui ho dovuto partecipare per forza, perché il concetto di sentirsi poco bene nella mia famiglia non viene compreso nelle occasioni come questa.
C'è da dire che oramai da qualche anno a questa parte ci siamo arresi collettivamente all'idea di essere atei e che ci va bene così, perciò ci siamo risparmiati il solito rito del transito delle uova sode nella chiesa del paese per carpire una parvenza di benedizione.
La nonna si è sempre rifiutata di prendere parte a questa pantomima, ma poi l'uovo benedetto se lo mangiava eccome; ma non per fede, bensì spinta dalla convizione, decisamente pagana, che in fin dei conti le portasse bene.
E con questo spirito conserva in casa un bel po' di icone sacre solo per motivi scaramantici, tra cui le due della foto a cui faccio la posta da
tanto tempo. Vabbè, una non è sacra dal punto di vista strettamente religioso, anche se prima di affermare una cosa del genere dovrei approfondire meglio i rapporti tra Chiesa Anglicana e famiglia reale inglese, materia su cui, purtroppo, sono carente. Lo farò senz'altro nella prossima vita.
-----
Ma non volevo raccontare del pranzo pasquale in famiglia ma dell'incubo della scuola media. È bastato leggere questo
post di Giuseppe Genna su Carmilla per farmi ritornare in mente degli episodi dei miei undici anni o giù di lì che mai mi scorderò.
In questo periodo va parecchio di moda parlare di bullismo a scuola e di professori fuori di testa finiti nel database di Youtube e pare che queste cose abbiano cominciato ad accadere solo da quando si sono diffusi i cellulari dotati di mini-videocamere in grado di documentare ciò che invece prima accadeva lo stesso, ma rimaneva confinato alle quattro mura dell'aula scolastica. E dalle reazioni che sento e che leggo in giro, sembra che nessuno sia mai andato a scuola. Tutti cadono dal pero. Eppure credo siano davvero in pochi quelli che non hanno subito soprusi durante gli anni della scuola.
Quando andavo alle medie c'erano due tipe nella mia classe, chiamiamole Vanessa e Maria, due nomi abbastanza simili a quelli veri. Queste due povere imbecilli al giorno d'oggi sarebbero considerate delle vere e proprie
'bulle da YouTube' e avrebbero già spopolato a Studio Aperto con qualche filmatino sgranato e coi volti criptati in cui si sarebbero viste vessare, in modo fantasioso, qualche povero compagno sfigato.
Insomma, queste due fave erano parecchio violente e si vantavano di fare uso di
droga e, nota bene, erano gli anni Ottanta, periodo in cui aveva ancora un senso parlare di droga al singolare perché l'eroina era diffusissima e di aids ancora non se ne parlava. Ma queste due bischere non si bucavano mica: si vantavano solo di farlo perché probabilmente le faceva sentire più ganze.
A scuola erano l'incubo collettivo: minacciavano e picchiavano tutti. Una cosa terribile che non mi faceva dormire la notte. Non c'era merenda che non venisse assaggiata e in caso requisita dalle due deficienti; la colletta obbligatoria degli spiccioli scattava tutte le sante mattine e credo di avere mio malgrado finanziato la nascente tossicodipendenza di almeno una delle due. E poi rubavano tutto, anche le cose più inutili, così per il gusto di rompere i coglioni alla vittima di turno. Mi ricordo che una volta la Maria mi fregò gli scaldamuscoli rosa e poi quell'altra volta in cui mi prese una penna a quattro colori di metallo pesantissima a cui ero davvero affezionata e che non ho mai più ritrovato uguale.
Spesso, in classe, intervenivano i carabinieri del quartiere per calmare la situazione. Per loro era comodo: arrivavano a piedi perché la caserma era proprio dietro l'angolo.
Una volta la Vanessa venne portata in caserma perché aveva versato un barattolone di Vinavil™ in testa ad una ragazza di un'altra classe rea di non averla cagata con sufficiente deferenza. Mi ricordo, come se fosse adesso, il vecchio e pingue brigadiere che la teneva a braccetto cercando di abbozzare, senza successo, una paternale e lei che gli sbraitava contro: «non mi mettere le mani addosso, io t'ammazzo, capito? t'ammazzo...» ecc. ecc. Un'altra volta stessa situazione con un'unica variante: niente Vinavil™ ma accendino Bic™, i capelli della vittima di turno completamente bruciati e puzzo di zampa di pollo in tutta la scuola. Mi ricordo che ogni volta ho sperato che le incarcerassero entrambe almeno fino all'esame di terza media, invece se la sono sempre cavata con una ramanzina e qualche giorno di sospensione.
E te le ritrovavi in classe, più stronze di prima e di nuovo pronte a cagare il cazzo a tutti.
I professori facevano finta di nulla in un mutuo accordo di vivi e lascia vivere. Le due delinquentelle avevano minacciato quella di artistica e gli altri insegnanti non volevano noie e preferivano fregarsene. Come tutti anch'io gli stavo sul cazzo e ogni tanto mi minacciavano di aspettarmi fuori e di riempirmi di botte. Terrorizzata facevo parte della bassa manovalanza della Maria: dovevo copiarle i compiti, che ovviamente non faceva mai. Il suo quaderno di matematica conosceva solo la mia calligrafia e quell'imbecille di professoressa non ha mai detto nulla. D'altronde la Maria non aveva tempo di copiare: se ne doveva stare sempre nel cortile di fronte alla scuola seduta sul suo
Ciao bordò - incredibile, me lo ricordo ancora! - a giobbare con la cricca dei pisquani ripetenti cronici. Io non avevo il motorino perché non avevo ancora l'età per guidarlo. Invece quelle due stronze erano segate innumerevoli volte e entro breve avrebbero potuto guidare anche la macchina.
Per anni si sono divertite a tormentare una povera ragazza con problemi di mobilità, buttando oggetti a terra e facendoglieli raccogliere perché vederla mentre faceva uno sforzo pazzesco per piegarsi le divertiva molto.
Quando volevano dare un
avvertimento a qualcuno che in quel momento non gli garbava, aspettavano che fosse solo e poi si mettevano a girargli intorno con i motorini e gli urlavano in faccia di tutto, dagli insulti alle minacce. Un'esperienza terrorizzante a viverla.
All'ennesima bocciatura la Vanessa, con gran sollievo di tutti, si ritirò e non l'ho più vista ne ne ho più avuto sue notizie. Maria, invece, rimase ancora un po' e poi non mi ricordo bene, però mi pare che interruppe gli studi anche lei.
Dopo anni ho saputo che la Maria, da perfetta imbecille qual era, era entrata davvero in quel tunel di eroina di cui si vantava tanto di far parte. Ho avuto amici che l'hanno vista per strada in condizioni pietose a elemosinare qualche spicciolo o un passaggio. E pensare che mi sono odiata per anni di non averle mai spaccato la faccia o comunque di non aver tentato di farlo. Col senno di poi sono sicura che qualche ceffone dato bene sarei riuscita ad ammollarglielo. Ancora adesso, quando mi capita di pensarci mi pento di non aver mai reagito. Ma per dirla con Giuseppe Genna, non tornerei a quei tempi nemmeno morta.
*Il titolo del post è il titolo italiano del
film del '95.
martedì, 27 febbraio 2007
Quando ero piccola il mio telefilm preferito era
Quella casa nella prateria*. Mi piaceva molto anche
Magnum P.I., ma lo guardavo soprattutto perché avevo una cotta per Tom Selleck. Infatti, delle vicende di Magnum e dei suoi amici racchioni e residuati bellici m'importava il giusto, nulla al confronto con la vita brada di Laura Ingalls.
Io volevo essere come Laura Ingalls perché aveva un cane e una sorella maggiore, due cose di cui ho sempre sentito la mancanza. E poi perché viveva in campagna in assoluta libertà. E mi pareva una gran cosa. Il fatto che vivesse in una baracca, con il cesso all'aperto in un casottino distante cinquanta metri da casa e due genitori stra-bigotti era un dettaglio irrisorio, se in ballo c'erano un cane e una sorella, seppure di rara antipatia come Mary.
Crescendo ho cominciato a guardare quel mondo della prateria con occhi diversi (della cinica bastian-contrario, ndr) e il mio personaggio preferito della serie è diventata Nellie Oleson, quella stronza, la figlia viziata dei bottegai danarosi del paese. Adesso l'attrice che da bambina interpretava Nellie fa la guida turistica ad Hollywood. Ovviamente c'ho fatto un pensierino e mi sono informata, non si sa mai. Bene, uno dei suoi
tour costa 3000 dollari, un prezzo decisamente esoso, se penso che il tour del Corridio Vasariano a suo tempo mi costò 10.000 lire con lo sconto per i soci Coop.
martedì, 20 febbraio 2007
Le televendite d'annata sono la mia passione...
venerdì, 22 dicembre 2006
- mettiti la canottiera sennò tu prendi freddo e tu muori!
- non mangiare tanta cioccolata perché ti fa male e tu muori!
- vai piano in bicicletta: tu caschi e tu muori!
Il «tu muori» è un intercalare di mia madre e fa parte del nostro lessico famigliare da sempre. Sono cresciuta con una madre che continuamente mi diceva che qualunque cosa avessi fatto che lei non approvava, mi avrebbe portata alla morte. Impressionante a ripensarci adesso. All'epoca me ne fregavo allegramente e continuavo a fare quello che mi pareva e piaceva. Allora mia madre assumeva un tono rassegnato e, con un pizzico di disprezzo, mi diceva scuotendo la testa:
- che figliola grulla...
Poi quando mio fratello diventò più grande e autonomo la solfa del «tu muori» cominciò a toccare anche a lui. E dopo, in stereofonia:
- che figlioli grulli...
Maremma santa non so quante volte ho sentito questa frase nei contesti e nelle epoche più disparate. «Che figlioli grulli» è un classico senza tempo che rimbomba spesso in casa dei miei, anche se, invecchiando, mi capita di sentirlo sempre più di rado.
Oggi abbiamo avuto l'onore di risentirlo, dopo tanti anni, in stereofonia:
- che figlioli grulli...
Solo perché si ridacchiava per cose nostre. E quella frase ci ha fatto ridere ancor di più e mi ha gettata in mondi lontani. Un panettone intero buttato, a spregio, nella tazza del té che ha avuto il potere di smuovere i materiali sepolti nel mio subconscio parafreudiano. Altro che biscottini insulsi da fighetti snob. Mi sono rivista in campagna con i capelli a caschetto, la maglietta sporca di gelato con ai piedi i sandalini
Superga - quelli blu o rossi con le costine bianche che, nostro malgrado, abbiamo avuto tutti, ndr - e col culo perennemente sulla mia amata mini-graziella che aveva delle bellissime manopole con le frange.
lunedì, 06 novembre 2006
Oggi sono di riposo. Perciò stamani ne ho approfittato per mettere il culone sulla bici, pedalare fino in centro e cominciare la mattinata prendendo il caffè con
un blogger a caso che era da tanto che non vedevo.
Dopo il caffè ho continuato il mio giro passando da Borgo degli Albizi dove ho fatto una capatina alla casa d'aste
Pandolfini, per
bracare la roba in vendita e, sopratutto, per respirare l'atmosfera ottocentesca che c'è in quelle sale e che mi piace molto.
Molto più tardi - e dopo aver lasciato gli occhi su un paio di oggetti che erano la fine del mondo e che non mi potrò mai permettere, ndr - mi sono diretta verso la Feltrinelli, dove ho acquistato, con tanto gusto e soddisfazione,
Il piccolo isolazionista e
I segreti erotici dei grandi chef, due libri per me
imprescindibili (specialmente il secondo che aspettavo con impazienza ormai da un paio d'anni).
A quel punto mi mancava solo una cosa per chiudere il cerchio della mattinata perfetta. Con
perizia zen sono così andata a salutare una mia amica che lavora in centro: quindici minuti di ciana condensatissima, giusto per aggiornarci sulle ultime novità.
Dopo quella visita ero soddisfatta e appagata dai miei acquisti e dalle chiacchere pettegole, così mi sono rilassata e ho continuato a pedalare senza mèta, cercando controvoglia di entrare nell'ordine d'idee di tornare verso casa.
Ho pedalato in stradine e vicoli, finché mi sono ritrovata in Piazza dei Ciompi, dove si trovano sia la Loggia del Pesce del Vasari sia il mercatino delle pulci della città. Ai lati della piazza ci sono tante piccole botteghine, più che altro rigattieri e ristorantini, che la rendono un luogo
densamente popolato sul piano delle attività commerciali.
Guidata dagli occhi della memoria ho cercato di riconoscere l'uscio di quella che un tempo fu la
bottega dell'occulto. Era, questo, un luogo che amavo e che frequentavo di tanto in tanto, fino ad una decina di anni fa, anno più, anno meno.
La bottega dell'occulto aka bottega delle streghe, aveva una piccola e polverosissima vetrina che si affacciava sul marciapiede, piena zeppa di amuleti, candele per fare i riti più strani (rigorosamente nere, rosse oppure bianche) sfere di cristallo, piramidi in pietra dura, talismani e portafortuna di ogni foggia, dimesione, materiale e scopo. All'interno una stanzetta angusta, stipata all'inverosimile di questi e altri oggetti inquietanti e misteriosi.
Ma il particolare che rendeva quel posto irresistibile era la fauna che vi albergava.
Oltre alla commessa, una signora di mezza età, c'erano altre signore, sempre piuttosto anziane, che sedute in circolo sulle sedie occupavano l'unico spazio libero che rimaneva nel piccolo locale.
Un simposio perenne di capelli a crocchia, cappotti neri e spinati e borsette rigide, rigorosamente tenute in grembo.
Queste signore - all'epoca ero convinta che fossero tutte streghe e forse la mia non era un'idea completamente sballata - erano sempre impegnate in conversazioni apparentemente
interessantissime e intrigantissime, che interrompevano all'istante quando si entrava nel negozio.
Io ci andavo per comprare delle pietre portafortuna, sintonizzate col mio segno zodiacale e con quello del fidanzato del momento. E la scelta di queste pietre richiedeva diverso tempo e così potevo interagire con quelle signore, quando me lo permettevano, naturalmente.
Il mio obiettivo era carpire qualche brandello di quelle conversazioni esoteriche su cui mi facevo dei film pazzeschi, o alla meno peggio, strappare un oroscopo o una lettura della mano o una divinazione qualsiasi. Non ci sono mai riuscita.
E quando uscivo da lì, attraverso quella vetrina polverosa, potevo vedere quelle signore che avevano ricominciato a parlare fitto-fitto dei loro argomenti esoterici e morivo di curiosità.
Adesso quella botteghina non c'è più e mi dispiace perché mi piaceva tanto.
lunedì, 16 ottobre 2006

I bronzi di Riace vennero ritrovati nei primi anni Settanta da un sub, Stefano Mariottini - nome che posso citare con disinvoltura soltanto grazie all'indispensabile
Wikipedia, ndr - che lì per lì pensò di essersi imbattuto in un cadavere. Mi ricordo perfettamente questo dettaglio macabro perché il sub lo raccontò durante un'intervista al telegiornale e mi colpì tantissimo. Così come mi colpirono le immagini delle due statue ripescate dal mare, tutte incrostate dai secoli passati sotto l'acqua salata.
Il restauro venne eseguito qui a Firenze, dove poi furono esposti per un breve periodo prima di essere riportati a Reggio Calabria dove tuttora stanno.
Io ero una bambina, tuttavia mi ricordo perfettamente l'atmosfera della sala dove furono esposti i due Bronzi di Riace. Rimasi affascinata ma soprattutto impaurita da quelle statue con i denti d'argento. E non poteva essere altrimenti perché sono stupende e impressionati. Sono contenta che i miei genitori mi abbiano portata a vederli: fu un'emozione forte che conservo ancora adesso, nonostante siano passati più di venticinque anni (oddìo, non ci credo).
Nei giorni scorsi mi sono regalata un'emozione analoga e sono andata a vedere l'
Apoxyòmenos aka
Atleta della Croazia aka
Bronzo di Lussino aka
'chiappette sode', in mostra a Palazzo Medici Riccardi (
qui il sito internet anche se a mio avviso è piuttosto scarso). Maremma santa che bello. Mi sono venuti i brividi anche per l'allestimento che è davvero suggestivo: una stanza tutta bianca con le pareti retroilluminate che paiono leggermente fosforescenti con al centro la scultura. Ci si arriva da una stanza più buia e l'effetto sorpresa è garantito. Prima ci sono altre due sale piene d'informazioni, foto e reperti vari, tra cui, diversi noccioli di vari tipi di frutta, trovati dentro la statua. Il bronzo dell'atleta, infatti, non solo è un'opera d'arte, ma è stato anche
l'appartamento di un topolino che c'ha portato dentro le sue vivande e proprio grazie a quei residui di frutta millenaria è stato possibile datarlo con certezza. Davvero bello. E io e me lo sono guardato e riguardato, senza farmi sfuggire il dettaglio che ha notato anche il
Bellacci.
Tanto per fare un po' di polemica gratuita, devo dire che i Bronzi di Riace sono infinitamente più belli e cinque euri è un biglietto troppo caro.
mercoledì, 11 ottobre 2006
Sono giù di morale perché è morta la Iole. Era malata da tempo e non riconosceva più nessuno, figli compresi. Da quando si era aggravata era facile trovarla in paese, sempre in tuta da ginnastica e pantofole felpate, mentre la badante rumena, dall'inspiegabile accento tedesco, la spingeva sulla sedia a rotelle. Durante quegli incontri la Iole mi faceva grandi sorrisi sdentati, nonostante avesse smesso di riconoscermi già da una decina d'anni, ossia dagli albori di quella malattia che l'ha consumata inesorabilmente fino a pochi giorni fa. E io la ricambiavo con baci, abbracci e, quando era possibile, con un boero della casa del popolo.
La Iole e tutta la sua famiglia hanno abitato per tanti anni nella casa di fianco a quella di mia nonna, in campagna. Adesso quella casa è stata restaurata e divisa in tanti appartamenti, ma fino a pochi anni fa era un edificio enorme, su tre piani, fatiscente e in cui viveva soltanto la famiglia della Iole, appunto. Da piccola li adoravo: erano una specie di famiglia Addams, ma più ruspante e variegata e passavo un mucchio di tempo là da loro.
Avevano questa casa enorme, composta da una quindicina di grandi stanze buie e umidissime, che si estendevano ramificandosi su tre piani all'interno del borgo dove abitiamo anche noi, con le finestre che sbucavano dappertutto, mischiate a quelle delle altre abitazioni.
All'interno il puzzo di piedi era una costante, al punto che mi stupivo quando mi rendevo conto che in casa mia non c'era e mi pareva pure una mancanza - la nostra - di cui preoccuparsi.
Tra i vari componenti della famiglia mi ero affezionata sopratutto alla Iole e a suo marito Vittorio. Lui era un uomo bellissimo e pieno di fascino, ma anche la Iole sarebbe stata una donna molto bella se solo non fosse stata logorata dalla vita e dall'alcol. La Iole, infatti, lavorava in fabbrica come un mulo per mantenere tutta la famiglia, perché suo marito aveva da fare la 'bella vita' e spesso spariva con la sua Lancia Beta coupé per lunghi periodi, senza dare notizie.
Durante quelle assenze, per me inspiegabili ma consuete, la Iole era sempre parecchio nervosa e si veniva a sfogare con mia madre e mia zia, bevendo bicchieroni di Martini bianco e fumando una sigaretta dopo l'altra.
Quando Vittorio ritornava - e ritornava sempre - portava alla moglie la biancheria da lavare, pretendendo di rientrare in casa come se nulla fosse accaduto.
La Iole ovviamente non ne voleva sapere e scoppiavano delle litigate furibonde che tutto il paese ascoltava con curiosità morbosa da dietro le finestre. A volte lei lo minacciava con il fucile da caccia, mai puntandoglielo addosso, solo agitandolo nell'aria come spesso si vede fare nei film di cow boy. Poi, per punirlo efficacemente di aver abbandonato il tetto coniugale, gli impediva di vedere il cane. E lì scoppiavano le liti peggiori. L'accesso ai figli rimaneva libero - e sono sicura che nessuno dei due si sia mai posto il problema dei figli - invece il cane era la creatura più preziosa della famiglia e perciò il fulcro di qualsiasi contesa.
I figli di Vittorio e della Iole, a loro volta, se ne fregavano: praticamente vivevano abbandonati a loro stessi e quelli più grandicelli erano già in fabbrica a lavorare e non avevano certo tempo da perdere con le 'scaramucce amorose' dei genitori. Dopo aver consumato la tragedia e il dramma con le loro grida che riempivano il borgo assolato e deserto dei pomeriggi d'estate, la Iole e il marito ritornavano sempre d'amore e d'accordo, fino alla fuga successiva.
In particolare la Iole diventava una moglie straordinariamente devota quando al marito toccava trascorrere dei periodi in 'gattabuia'. Nulla di grave, piccoli furti, bracconaggio e 'cosette' così. I miei genitori si vergognavano e non mi dicevano che Vittorio era finito in galera. E dal canto mio, non capivo perché Vittorio se ne fosse andato lasciando la macchina sotto casa, ma in fondo mi faceva piacere perché la lasciava sempre aperta e potevo giocarci tutto il giorno insieme ai suoi figli più piccoli. Soltanto pochi anni fa i figli della Iole mi hanno raccontato dei 'soggiorni obbligati' del padre presso la casa circondariale, prendendomi pure per il culo perché non mi ero mai accorta di nulla.
Mi dispiace che la Iole non ci sia più.
giovedì, 03 agosto 2006

Dopo una dura (!?) giornata di lavoro, un'ottima birretta ristoratrice in compagnia di un'amica ad un circolino
comunista della città.
Sarà stato il caldo, oppure il fatto che a pranzo avessi mangiato poco, boh, comunque sia i 33 cl di Becks ci hanno dato immediatamente alla testa. Du' briache allegre quasi quarantenni (oddio la mia amica sì io ancora no, ndr) che ridacchiano scomposte al tavolino di una casa del popolo, popolata da umarelli e zdaure in cerca di socialità.
Poi sono cominciati i discorsi seri e abbiamo iniziato a parlare del passato e dei bei vecchi tempi andati. Infine ci siamo messe a disquisire su quanto fosse figo lo Scrondo. Sì, proprio lo Scrondo. Chi se lo ricorda lo Scrondo?
Tutto questo per una bottiglietta di birra. Quasi quasi ora ne bevo un'altra...
lunedì, 24 luglio 2006
Ho ricevuto un regalo insapettato e molto gradito: due cassette di musica.
Sto parlando di
questi cosi col nastro magnetico che si usavano fino a qualche anno fa per sentire la musica (in caso
qualche giovane passasse di qui, ndr).
Ho constatato, tutta soddisfatta, che in quest'epoca di mp3 scaricati e masterizzati o
appoggiati sulla chiavetta usb che poi li metti dove ti pare, delle cassette di musica sono davvero un bel regalo.
Le ho ascoltate a casa, con il mio primo (e fino ad ora unico), impianto stereo degli anni Ottanta. Che belli tutti quei fruscii e il dover girare la cassetta ogni venti minuti...
Sul mio impianto stereo d'annata c'è una doppia piastra con cui, in epoche remote, ho registrato centinaia di mix in cassetta arricchiti con dei bellissimi fotomontaggi a collage come copertine. Quasi tutte le mie produzioni artistico/musicali le regalavo ad amici ed amori lontani e su tutte vergavo dediche ispirate e terrificanti.
Tuttavia ne conservo ancora qualcuna che non cessa mai di stupirmi: la mia preferita s'intitola
Tonno e Fagioli e contiene pezzi dei
Dire Straits e di
Bruce Springsteen. La copertina è formata dalla foto ritagliata da una una rivista di un'insalata di tonno e fagioli, su cui ho incollato con bioccoli di coccoina alcune piccole foto del Boss e di Mark Knopfler che suonano le chitarre. Una roba di cui mi vergogno tantissimo ma, chissà perché, che non riesco a buttare via...
Insomma questo ritorno alla tecnologia della mia gioventù mi è piaciuto un monte, specialmente perché ho appena mandato una mail al mio "spacciatore ufficiale di mp3" chiedendogli di scaricarmi i pezzi che mi sono piaciuti di più, perché le cassette sono sì romantiche, ma anche di uno scomodo...
lunedì, 10 luglio 2006
Ieri sera, mentre pedalavo contenta verso casa, cercando di schivare i cocci di vetro e le pisciate post birra che ricoprivano in modo pressoché uniforme strade e marciapiedi, mi sono messa a ripensare alla finale del campionato mondiale di calcio dell'ottantadue, di cui conservo pochi ricordi, ma piuttosto precisi.
Faceva molto caldo e mi trovavo in campagna, a casa dello zio, per vedere tutti insieme la partita.
Mi ricordo che la mamma, la zia, la nonna più altre donne del vicinato erano alla tele della cucina, preferendo di gran lunga stemperare la solennità dell'evento con l'immancabile ciana libera.
Gli uomini, invece, tutti in salotto davanti alla tele più grande davano luogo ad una fantasia di: canottiere, ciabatte di gomma, puzzo di piedi e di sudore, buzze alcoliche e bicchieri del servito buono colmi di vino, vinsanto e birra.
Noi bambini si giocava nel giardino di casa, incuranti dell'evento sportivo in atto. Lo zio si affacciò alla finestra e ci chiese di annaffiare le piante. Una goduria giocare col tubo dell'acqua senza che gli adulti ce la menassero con storie terrorizzanti di congestioni e raffreddori letali, come quella su un fottìo di bambini morti tra atroci sofferenze solo perché erano volati un paio di gavettoni... insomma, cose così.
Ogni tanto sentivamo urla provenire dalle finestre aperte delle case circostanti, ma ce ne fregava il giusto e si continuava a correre sul prato e a schizzarci con l'acqua.
Ad un certo punto uscirono tutti da casa con le bandiere tricolore, urlacchiando contenti. Ci caricarono quasi di peso sulle macchine e via nella strada principale (e anche l'unica) del paese a strombazzare con i clacson.
C'era un mucchio di gente in giro. Ci saranno state una decina di auto e un paio di centinaia di persone. Numeri grossi per gli standard del paesello. Si percorreva tutto il corso, poi un'inversione a "u" ardita e ci si rituffava ancora nei duecento metri scarsi di corso clacsonando a più non posso.
Mi garbò un monte aver giocato quanto mi pareva e piaceva con la canna dell'acqua e poi aver sventolato la bandiera dell'Italia dal tettuccio aperto della cinquecento blu della zia. Bei ricordi.
lunedì, 15 maggio 2006

Ho trascorso un fine settimana piuttosto casereccio e in preda ad una nostalgia degli anni Novanta che mi sta accompagnando da
diversi giorni. Allora ho cercato di lenire il magone che mi aveva afferrato la bocca dello stomaco ascoltanto: Garbage, Underworld, Dido, Skunk Anansie, quei bonazzi dei RHCP e gli stupendi Mano Negra. Ho trattato l'ascolto di questi dischi come se fosse stata una prescrizione medica: con rigore, serietà e senza mischiare i medicinali tra loro.
Durante tutto il weekend, infatti, ho evitato la musica che non fosse di quel periodo, compresa la mia amata Janis Joplin, che di solito brutalizzo ogni fine-settimana, karaokizzandola mentre faccio le pulizie in casa e facendo uno scempio sistematico dei suoi pezzi, di cui
dopo mi vergogno sempre un po'.
Sabato sera, poi, in pieno spleen nostalgico, sono andata a cena da un amico, una serata tranquilla in casa. Per continuare il trend che mi aveva accompagnata per tutto il giorno, mi sono portata dietro i cd da ascoltare:
Older di George Michael ché fa tanta atmosfera e
Dummy dei Portishead che però è stato cassato dal mio ospite a cui avevo sfracellato i cosiddetti e che non ne poteva più del mio revival a tutti i costi. Oggi mi sento meglio.
Non so il perché di tutta questa nostalgia o forse sì. Gli scandali del calcio di questi giorni (su cui condivido il
punto di vista di Babsi Jones, ndr) mi hanno ricordato di quando, dalla fine degli anni Novanta, nei guai c'era Vittorio Cecchi Gori, che allora era proprietario e presidente della Fiorentina calcio, nonché Senatore della Repubblica, nonché proprietario delle defunte TMC e
TMC2.
Per farla breve: ad un certo punto Vittorio cominciò ad avere una serie di problemi legali, la Fiorentina si ritrovò retrocessa in campionati di basso lignaggio e TMC e TMC2 vennero chiuse, vendute e trasformate in La7.
TMC2 era una rete giovane, l'alternativa italiana a MTV, che aveva gran parte del suo palinsesto dedicato alla musica. La sede e gli studi si trovavano proprio qui a Firenze. Erano gli anni Novanta e ho conosciuto un mucchio persone che ci lavoravano e che incontravo in giro, nei locali che frequentavo più assiduamente di quanto non faccia adesso. Mi ricordo di tante belle serate alcoliche a chiaccherare e far casino con tecnici e impiegati di quella
tivvù per i giovani che si era installata qui in città portando un po' di movimento. Quando Vittorio fu costretto a chiudere bottega, molte di quelle persone che avevo conosciuto e con cui avevo condiviso allegramente serate e aperitivi, lasciarono la città che aveva smesso di offrirgli quelle opportunità lavorative di cui avevano bisogno per poter rimanere. E così Firenze si ritrovò un po' più vecchia e un po' più morta, anche se in pochi se ne accorsero perché l'attenzione generale era catalizzata dalle vicende travagliate della Fiorentina calcio che se la stava passando piuttosto male.
Mi ricordo che fu proprio in quel periodo che sono stata allo stadio per vedere la prima e per ora unica partita dal vivo della mia vita. Si giocava Fiorentina-Non so cosa e la tifoseria era in tumulto perché Vittorino stava mandando tutto a puttane. Passai buona parte della partita ignorando il gioco, ma leggendo gli striscioni della curva tutti dedicati a Vittorio e alla sua fidanzata, Valeria Marini. Mi ricordo di un meraviglioso: "Valeria: sculaccialo", un capolavoro di comunicazione al cui confronto il sopravvalutato e loffio "Videochiamami" si eclissa all'istante, senza se e senza ma.
Valeriona difendeva Vittorino a spada tratta e vennero pure beccati dalla GDF, durante una perquisizione, provvisti dell'immancabile cocaina (in queste situazioni un must tra i vip, ndr), mentre si divertivano
'a modo loro'. Avrei dato qualsiasi cosa per essere presente alla scena dell'irruzione che sarà stata senz'altro memorabile.
Oggi la Marini e Cecchi Gori non stanno più insieme: al loro posto c'è una coppia di quel Jet Set, scalcinato e tamarro che affolla le cronache mondane, che involontariamente li emula in modo squallido e più che altro nelle proporzioni fisiognomiche: la Falchi e Ricucci. Ma non c'è confronto, una tristezza...
giovedì, 13 aprile 2006

Pensavo al mio post sulla
prima volta col blogghe e poi a quest'altro sulla
prima volta col pc. Avendoci preso gusto, mi sono chiesta: ma la prima volta che ho letto qualcosa di scritto? Ebbene, pare che abbia cominciato a capire le parole scritte prima del tempo della scuola. Intelligente, vero?
Mi piacerebbe tanto poter raccontare che tutto ciò fosse dovuto a fantastiche letture di libri bellissimi, tipo
Piccole Donne o l'
Isola del tesoro, che facevo aiutata dalla mamma, per esempio. Invece no, nulla di tutto questo. I miei primi passi con la lettura li ho fatti per conto mio, su un mitico catalogo
Postal Market.
Il catalogo Postal Market era un trattato di "acquistologia" importantissimo e imprescindibile in paese. In città, invece, non si usava perché non ce n'era bisogno e si poteva trovare tutto sotto casa, nei banali negozi. Soltanto adesso mi rendo conto che la mia attuale idiosincrasia per lo shopping probabilmente nasce proprio da questo mio provincialismo congenito.
Ma torniamo agli anni Settanta. Il catalogo Postal Market arrivava sempre in contemporanea a tre o quattro famiglie del paese e tutti si mettevano a studiarlo con impegno.
Nei caldi pomeriggi estivi l'aia tufacea e ben ombreggiata dalle casce diventava il punto nevralgico di tutta la faccenda: ognuno arrivava portandosi la sedia e la propria copia di Postal Market per sfogliarlo e discuterne con gli altri.
C'erano dei grandi dibattiti interfamiliari sugli acquisti da fare e sulle priorità di spesa e le discussioni erano sempre accese, spesso e volentieri incazzose.
Poi venivano fatti gli acquisti, compilando e spedendo l'apposita cartolina acclusa al catalogo. Solo a quel punto noi bambini potevamo prendere possesso del prezioso tomo e finalmente sfogliarne le pagine patinate, passando da una sezione all'altra.
Ecco, anche se sono passati più di trent'anni (impressionante, vero?) io la ferrea tassonomia merceologica di Postal Market me la ricordo ancora benissimo.
Si cominciava con l'abbigliamento: modelli in carne ed ossa ma tali e quali ai
Fuccons, indossavano con finta disinvoltura la moda popolare del momento. È bene ricordare che erano gli anni Settanta e le poliestere la facevano da padrone, almeno negli ambienti che frequentavo io. A seguire venivano: la sezione degli accessori per la cucina, per la casa, il fai da te, il giardino, lo sport, i giochi e la cancelleria.
Ogni oggetto in vendita era fotografato e aveva un numero che lo rimandava ad una descrizione nella stessa pagina. È così che ho imparato a riconoscere le prime parole, per districarmi in quel meraviglioso mondo di oggetti così a portata di mano. Vuoi mettere la comodità?
Poco fa pensavo che se allora ci fosse stata Internet, si sarebbe guardato tutti il catalogo
Hammacher Schlemmer, altro che quel troiaio di Postal Market. Sarei scoppiata dalla gioia e sarei cresciuta sicuramente in modo migliore.
Già che ci sono la butto lì: se qualcuno mi volesse fare un regalo mi piacciono molto:
questo coso ganzissimo, la me-ra-vi-gli-o-sa
bici d'acqua, il più
grande cruciverba del mondo che pare un ricamo di fine fattura, il
valido sistituto per il banale tostapane e, infine lo
status simbol per eccellenza: ovvero il
tocco di classe creare ovunque l'atmosfera giusta.
lunedì, 27 marzo 2006
Dopo il
post di lunedì scorso sui miei primi passi nel mondo dei blogghi e su sollecitazione del
Bellacci, inizio questa settimana con un altro amarcord informatico. Questa volta il tema è il mio primo approccio con il personal computer.
Svolgimento.
In quanto donna, il primo impatto con "il cervellone" l'ho avuto guardando i miei amici maschi spippolare con fare sciamanico su grossi e tozzi computer dallo schermo nero e verde, negli anni Ottanta.
Che tutta la faccenda avrebbe potuto coinvolgermi e avere un qualche interesse per me, lo capii solo quando mi resi conto che il pc era un valido e comodo sostituto della macchina da scrivere, perché mi permetteva di sbagliare quanto mi pareva e piaceva, senza dover riscrivere tutta la pagina o pastrocchiare con cancellini, correttori, e compagnia bella.
Mi ricordo che nei primissimi anni Novanta un mio amico mi prestò per qualche giorno un Computer Olivetti, con un piccolissimo schermo nero, i caratteri verdi e tutto il sistema operativo su grande pezzo di plastica nero, quadrato e morbido
*, che andava inserito nel cervellone ogni volta che si accendeva, sennò non funzionava un cavolo.
Usai quel coso per scrivere una relazione su Luigi Pareyson e Dostoevskij, mi pare, e pensai che quella stampa ad aghi, ben ordinata e allineata sulla sinistra (perché il giustificato non era ancora stato inventato, ndr), fosse un gran capolavoro di tecnologia, bellezza e praticità.
Poi ci fu l'avvento di Windows con i colori (tantissimi, ben 256!), il mouse (no dico: il mouse!), le finestre e, se dio vuole, pure il testo giustificato nella videoscrittura.
A quel punto decisi di fare il grande passo e mi comprai un pc tutto per me, con la bellezza di 30 mb di hard disk: una cosa immensa per l'epoca, che cercai di occupare al meglio con gli imprescindibili:
Indiana Jones and the faith of Atlantis,
Tetris e l'indimenticabile
Wolf (a cui, però, non giocavo perché la sua grafica "
ardita" mi provocava all'istante il mal di mare con tanto di conati di vomito).
Anni dopo venne pure Internet, ma sinceramente, in questo momento non mi ricordo né come né quando. Devo riordinare un attimo le idee. E mi rendo conto che all'epoca avrei fatto meglio a tenere un diario accurato di tutti gli step tecnologici che si stavano susseguendo, perché adesso sono diventati archeologia pura ed è un casino scindere l'esperienza dal mito...
lunedì, 16 gennaio 2006
La mia
voglia di fumare persiste e mi martella da giorni, rendendomi più sensibile all'argomento "fumo & sigarette". Ecco perché stamani, mentre stavo sfogliando alcune riviste del 1979, non ho potuto non notare la pubblicità delle sigarette Merit leggère ma dal gusto ricco, all'avanguardia in quegli anni.
Al giorno d'oggi una pubblicità del genere scatenerebbe un putiferio... Perciò la ricopio qui sotto, pari pari, come testimonianza del tempo che fu. Secondo me da leggere dopo aver (ri)letto
l'articolo dei giorni scorsi sui 500mila fumatori in meno dall'entrata in vigore della legge Sirchia, così, per farsi un'idea di come sono cambiati i tempi. Ora mi guardo
Beautiful, poi vado a disquisire col mio meccanico. Il motorino è morto di nuovo e questa volta mi sa per sempre. Ah, già che c'ero, ho bucato pure la ruota della bici...
"
giovedì, 05 gennaio 2006

Compaq Portable III. Tutto qui.
Da oggi tutto ciò che si può chiedere ad un Personal Computer è tutto qui. Nel nuovo
Compaq Portable III.
Finora nessun portatile così piccolo è stato anche così completo ed avanzato, tanto che confrontarlo con i suoi colleghi da tavolo è facilissimo. Anche rispetto ai migliori, l'unica differenza è nelle dimensioni. E nel peso, ovviamente.
"
mercoledì, 21 dicembre 2005
Bruna e Attilio erano i due zii di mio padre. Si erano sposati giovani e avevano sempre condotto una vita piccolo borghese, da manuale. Lui impiegato alla Sip, lei casalinga e moglie devota. Mai un atteggiamento sbagliato, mai una stonatura o un qualcosa sopra le righe. Tutt'e due casa e chiesa, non avevano mai avuto un punto di vista non conforme a quello della parrocchia. Tuttavia erano sempre pronti ad entrare nel merito delle scelte altrui, ma sottotono, perché chi alza la voce è incivile o rosso (lo sdoganamento di "comunista" come massima ingiuria sarebbe avvenuto soltanto parecchi anni dopo, con l'avvento di Berlusconi).
L'unico svago dello zio Attilio consisteva nel concedersi qualche battuta di caccia all'anno. Aveva diversi trofei di caccia in casa: una testa di cinghiale, qualche uccello impagliato e un paio di altre teste di non so quali animali. Tutti uccisi da lui e impagliati da un suo amico, grande impagliatore di animali morti ammazzati, di cui si vantava sempre.
Invece la zia non faceva mai nulla di extra-familiare. Amava cucire, curare i gerani sul terrazzino e cucinare, specialmente la carne. Aveva, inoltre, una vera e propria passione per i coltelli da cucina. Ne aveva un bellissimo set per spolpare, squartare e affettare qualsiasi trancio di carne. A Pasqua in famiglia si mangiava sempre l'agnello preparato dalla zia Bruna, che lo cucinava al forno, testa (
testicciola, come la chiamava lei) compresa.
Entrambi gli zii sono impazziti e hanno finito la loro vita matti come cavalli.
Lo zio Attilio, alla veneranda età di ottant'anni, iniziò ad interessarsi alle altre donne. Un Don Giovanni a scoppio ritardato. Si fidanzava (in realtà immaginava di farlo) con qualsiasi donna giovane che gli capitasse a tiro. E si ringalluzziva tutto:
- quella mi ha sorriso: è fatta!
- Ma zio, icché tu dici: avrà sì e no vent'anni, lascia stare...
- Sìe lascio stare... Buongiorno signorina!
Anche la zia Bruna cominciava a dare segni di squilibrio e si dimenticava di tutto: rubinetti dell'acqua e del gas lasciati aperti, finestre spalancate in pieno inverno, e così via. Tutto, fortunatamente, senza conseguenze. Perché è bene dirlo: i due vecchietti avevano pure parecchio culo e non gli succedeva mai nulla di male.
A volte lo zio usciva in pigiama e vestaglia e, profumato dalla testa ai piedi di acqua Velva, andava a prendere l'autobus per raggiungere una delle sue conquiste immaginarie. Ma c'era sempre qualcuno che lo ritrovava e lo riportava a casa (non è che passasse inossevato in giro per la città, ndr). E al suo rientro da quelle fughe d'amore la zia l'accoglieva minacciandolo con i suoi coltelli da cucina e spaventando a morte la badante di turno.
Lo zio morì e la zia non parve interessarsi alla cosa più di tanto. Il giorno del funerale, infatti, preferì rimanere in casa perché aveva da spolverare il salottino pieno di ninnoli e centrini.
Dopo la morte del marito la zia cambiò abitudini di vita e pure lei cominciò ad uscire di nascosto. Ma per lei niente colpi di testa, né fidanzati immaginari. La sua fissa divenne il gioco d'azzardo. Usciva in tuta da ginnastica felpata, pantofole di lana e la sua amata pelliccia di visone spelacchiato sulle spalle per andare alla sala corse del quartiere, dove tentava di giocarsi una manciata di spiccioli ai cavalli. I gestori ormai la conoscevano e avevano tutti i numeri di telefono della mia famiglia:
- Pronto, sono della sala corse, guardi che c'è un'altra volta la su' zia qui...
- Oddio, vengo subito a prenderla..
- La vòle scommettere la trisse coi gettoni di' telefono. La venga subito, un ci s'ha mi'a tempo da perdere...
Anche la zia è morta, ormai da tanti anni, ma nella mia famiglia, specialmente durante il periodo natalizio in cui la zia Bruna amava sbizzarrirsi a preparare arrosti di ogni genere, si continua a parlare di loro.